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Midterm, Trump perde il Congresso ma non il timone: la parola ora passa ai mercati
04 novembre 2026#WeeklyWatch

Midterm, Trump perde il Congresso ma non il timone: la parola ora passa ai mercati

I Democratici conquistano Camera e Senato, ma l’agenda economica cambia meno di quanto dicano i titoli. Tra debito, rendimenti e dazi, il vero giudice resta il mercato obbligazionario

Dalle urne è arrivato un verdetto chiaro. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre i Democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, infliggendo a Donald Trump e al Partito repubblicano una netta sconfitta a due anni dal ritorno alla Casa Bianca.

A pesare, secondo la stampa internazionale, sono stati il malcontento per l’impopolare guerra con l’Iran e, soprattutto, l’ansia per il costo della vita: negli exit poll quasi nove elettori su dieci hanno indicato i prezzi come fattore cruciale o importante del proprio voto. Nella cabina elettorale, spiega l’analisi della Macro Research di Banca Generali, ha prevalso un criterio molto semplice: «prima viene il portafoglio». I numeri raccontano il disagio: un’inflazione ancora al 3,7%, sopra il target del 2% da 66 mesi e superiore alla crescita dei salari da sei mesi, prezzi alimentari circa il 32% sopra i livelli di gennaio 2020, tassi sui mutui trentennali intorno al 7,5% e diesel sopra i 6 dollari.

Trump ha dichiarato di accettare l’esito delle urne e di essere disposto a collaborare con i Democratici, ma che cosa significa tutto questo per l’economia e per i mercati? La risposta, secondo Donatella Principe, Head of Macro Research di Banca Generali, è meno scontata di quanto suggeriscano i titoli dei giornali: «quando il sistema parte da un equilibrio fragile, non serve una svolta radicale di policy per produrre movimenti radicali dei prezzi». Sul piano politico, in altre parole, il voto «può cambiare poco, ma muovere molto».

L’Orso ferito: cambia la geometria del potere, non il baricentro

L’esito corrisponde allo scenario che la Macro Research di Banca Generali ha battezzato ‘Orso ferito’: un Congresso interamente in mano ai Democratici. «Con una netta affermazione dei Democratici non cambia il Presidente, ma cambia il suo raggio d’azione. Trump conserva gli strumenti per governare, ma perde buona parte della libertà necessaria per ampliare la propria agenda», spiega la strategist.

Per i Democratici non sarà infatti possibile cancellare del tutto la politica economica di Trump. Il pilastro fiscale è già legge e il nuovo Congresso non ha i numeri per smontarlo, perché ogni modifica sarebbe bloccata dal potere di veto presidenziale. Sui dazi e sulla politica commerciale la Casa Bianca ha agito attraverso ordini esecutivi e altri strumenti che non richiedono il via libera del Congresso. Sull’Iran, poi, Trump resta comandante in capo: i Democratici potranno aprire commissioni d’inchiesta, ma difficilmente arriveranno a tagliare i fondi alle truppe nel Golfo.

Ciò che cambia davvero è il grado di stallo del sistema. Ogni nuova legge richiederà un compromesso con l’opposizione: il risultato sarà «un governo che può ancora agire, ma non legiferare: niente nuovi pacchetti fiscali, niente leggi sulla deregolamentazione e scarse possibilità di ottenere l’aumento della spesa per la difesa chiesto dall’amministrazione Trump», avverte Principe.

Mercati azionari e AI: l’impatto resta contenuto

Sul fronte azionario, secondo Principe, l’impatto resterà contenuto: i Democratici non hanno i numeri per stravolgere l’agenda, ma solo per «infastidire» Trump. La storia invita alla cautela: in 18 degli ultimi 19 cicli di midterm l’S&P 500 è salito nei dodici mesi successivi, con un guadagno mediano vicino al 16%, e a contare è stata spesso più la rimozione dell’incertezza elettorale, insieme al ciclo economico, che il colore politico di Washington. Nemmeno l’AI, motore del rally, rischia colpi da Capitol Hill: i Democratici non vogliono frenare la crescita né favorire Pechino. Crescita e utili continueranno a guidare il mercato azionario, mentre per l’AI il vero banco di prova resta «nei numeri del settore, capex e debito, e nella capacità delle imprese di monetizzare gli investimenti», aggiunge l’esperta.

Treasury, debt ceiling e bond vigilantes: il nodo è il debito

Il quadro cambia per i titoli di Stato. Un Congresso a maggioranza democratica ridurrà lo spazio per nuovi stimoli fiscali e renderà più difficile realizzare gli obiettivi di spesa dell’amministrazione, difesa compresa. Ma non sarà una svolta per i Treasury: «frenare l’impulso fiscale non basta a invertire la traiettoria del deficit». I Democratici potrebbero anzi spingere per nuova spesa pubblica su altri temi, rendendo difficile attendersi un calo dei rendimenti.

Il vero nodo è la trattativa sull’innalzamento del tetto del debito, attesa tra febbraio e luglio 2027, che potrebbe trasformarsi in un braccio di ferro in un contesto già sotto stress: debito federale oltre i 40.000 miliardi di dollari, tripla A perduta, investitori internazionali diventati venditori netti di Treasury e rendimento decennale sopra il 5%. In caso di stallo prolungato, a dettare i tempi potrebbe essere il mercato, con i cosiddetti bond vigilantes, gli stessi che al Liberation Day avevano costretto Trump a correggere la rotta. «È il mercato obbligazionario a stabilire quanto sia sostenibile la politica economica americana», avverte Principe.

I titoli di Stato saranno stretti tra due pressioni opposte: da un lato i mercati, che chiedono disciplina fiscale, dall’altro le piazze, che premono per un welfare più generoso, con governi chiamati comunque a finanziare difesa e AI. Come sintetizza Principe, «le midterm possono cambiare chi decide la spesa, non la necessità di spendere».

Dazi, Iran e rischio geopolitico: l’incertezza che il voto non rimuove

Archiviate le midterm, Trump conserva gli strumenti esecutivi e perde l’ultimo freno elettorale: può concentrarsi sulla propria eredità politica, con dazi e geopolitica come leve principali. Le tariffe sono già quasi tre volte quelle in vigore prima del suo ritorno alla Casa Bianca e servono a fare cassa e a esercitare pressione sui partner. Una guerra commerciale permanente è una tassa sull’economia che alimenta i prezzi, con il rischio di uno shock stagflattivo e l’Europa in prima fila tra le vittime.

Sul fronte iraniano la Macro Research non esclude un’escalation dopo il voto: con il petrolio tra 90 e oltre 100 dollari al barile, l’energia cara pesa soprattutto sull’Europa, importatrice netta. «Più il Congresso limita Trump sul fronte interno, più la frontiera del rischio può spostarsi all’esterno», osserva Principe.

Non un ‘game changer’, ma la fragilità aumenta

Due, dunque, i messaggi da portarsi a casa. Il primo è che le midterm non sono un ‘game changer’: Trump continuerà a governare come ha fatto finora, attraverso ordini esecutivi, regolamenti delle agenzie federali e diritto di veto, mantenendo il ruolo di comandante in capo.

Il secondo messaggio è che, qualunque sia l’esito delle urne, il contesto resta di elevata incertezza e poggia su un equilibrio estremamente fragile. «Per anni Wall street ha guardato allo stallo legislativo come a un alleato; questa volta potrebbe non bastare, perché il rischio paralisi arriva in un sistema più fragile, dove debito, costo del finanziamento e scontro fiscale hanno ridotto il margine per gli errori», osserva Principe.

Donatella Principe, Head of Macro Research di Banca Generali Donatella Principe, Head of Macro Research di Banca Generali
Con una netta affermazione dei Democratici non cambia il Presidente, ma cambia il suo raggio d’azione. Trump conserva gli strumenti per governare, ma perde buona parte della libertà necessaria per ampliare la propria agenda. Per anni Wall street ha guardato allo stallo legislativo come a un alleato; questa volta potrebbe non bastare, perché il rischio paralisi arriva in un sistema più fragile, dove debito, costo del finanziamento e scontro fiscale hanno ridotto il margine per gli errori

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