Ma non esistono solo il dollaro e l’euro. Yen e sterlina si ritagliano un ruolo ma con funzioni differenti.
La valuta nipponica resta esposta a potenziali apprezzamenti molto rapidi. Dopo anni di rendimenti negativi e debolezza, “può reagire con forza a una normalizzazione della Bank of Japan o alla chiusura disordinata di posizioni di carry trade. In questo contesto, l’elemento chiave è il differenziale fra i rendimenti statunitensi e quelli giapponesi, soprattutto sulle scadenze più lunghe, insieme alla velocità di riduzione delle posizioni speculative”, spiega l’esperto.
La sterlina presenta invece un profilo più ciclico che può beneficiare di tassi reali relativamente elevati e di un sentiment favorevole agli asset britannici, ma rimane sensibile alla dinamica dell’inflazione domestica, alla crescita e alla sostenibilità dei conti pubblici britannici.
In portafoglio, quindi, “lo yen può funzionare tatticamente in chiave di diversificazione, mentre la sterlina è più adatta a una posizione discrezionale sostenuta dal rendimento carry offerto”, avverte il gestore.
La conclusione non è scegliere una valuta vincente, ma costruire un equilibrio. Nel portafoglio di un investitore europeo, “mantenere una quota strategica di dollaro non coperto conserva valore come protezione contro gli shock globali, mentre una copertura sulle esposizioni statunitensi può ridurre il rischio di concentrazione”.
Allargando la prospettiva, “l’inserimento di yen in misura contenuta può aumentare l’opportunità di beneficiare nelle fasi di avversione al rischio, mentre la sterlina richiede invece una maggiore disciplina nel guardare al ciclo economico e al rendimento carry offerto”.
Nel complesso, l’outlook sul mercato valutario di fine anno “non premia le certezze assolute, ma la capacità di combinare scenario macroeconomico, segnali tecnici e gestione del rischio, ricordando che ogni cambio è una relazione fra due economie e che, nei portafogli, la valuta non è mai soltanto rumore, ma una fonte autonoma di rendimento, volatilità e diversificazione”, conclude Longhi.