Dalle urne è arrivato un verdetto chiaro. Nella notte tra il 3 e il 4 novembre i Democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, infliggendo a Donald Trump e al Partito repubblicano una netta sconfitta a due anni dal ritorno alla Casa Bianca.
A pesare, secondo la stampa internazionale, sono stati il malcontento per l’impopolare guerra con l’Iran e, soprattutto, l’ansia per il costo della vita: negli exit poll quasi nove elettori su dieci hanno indicato i prezzi come fattore cruciale o importante del proprio voto. Nella cabina elettorale, spiega l’analisi della Macro Research di Banca Generali, ha prevalso un criterio molto semplice: «prima viene il portafoglio». I numeri raccontano il disagio: un’inflazione ancora al 3,7%, sopra il target del 2% da 66 mesi e superiore alla crescita dei salari da sei mesi, prezzi alimentari circa il 32% sopra i livelli di gennaio 2020, tassi sui mutui trentennali intorno al 7,5% e diesel sopra i 6 dollari.
Trump ha dichiarato di accettare l’esito delle urne e di essere disposto a collaborare con i Democratici, ma che cosa significa tutto questo per l’economia e per i mercati? La risposta, secondo Donatella Principe, Head of Macro Research di Banca Generali, è meno scontata di quanto suggeriscano i titoli dei giornali: «quando il sistema parte da un equilibrio fragile, non serve una svolta radicale di policy per produrre movimenti radicali dei prezzi». Sul piano politico, in altre parole, il voto «può cambiare poco, ma muovere molto».