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Portafogli in fuga dalla guerra: quali asset resistono meglio?
01 April 2026#WeeklyWatch

Portafogli in fuga dalla guerra: quali asset resistono meglio?

Il conflitto in Iran ha colpito i mercati senza risparmiare nessuna asset class, o quasi. Tra i settori di mercato che meglio hanno assorbito il colpo ci sono i bond corporate, nell’azionario il settore energetico e tra gli emergenti i Paesi esportatori di petrolio. Mentre tra le commodity è proprio il greggio a spiccare

La guerra in Medio Oriente, con la conseguente prospettiva di una crisi energetica e un ritorno dell’inflazione che ha già iniziato a materializzarsi, ha colpito duramente tutti i mercati e le asset class, non risparmiando neppure molti beni tradizionalmente considerati “rifugi sicuri”. Gli investitori sono ora alla ricerca di nicchie di mercato che abbiano resistito meglio alle scosse della guerra, per diversificare i portafogli e renderli più stabili anche in fasi di turbolenza geopolitica.

Bond, il credito corporate meno colpito dei titoli di Stato

A oltre un mese dall’inizio del conflitto in Iran, i titoli di Stato globali hanno registrato una marcata correzione, con rendimenti in aumento sia in Europa sia negli Stati Uniti.

L’impennata dei prezzi di petrolio e gas ha riacceso le aspettative di inflazione e indotto i mercati a riprezzare lo scenario di politica monetaria: rispetto alle attese pre‑conflitto di Bce in attesa e di due tagli da parte della Federal Reserve, il mercato sconta ora tre rialzi dei tassi in Eurozona e un costo del denaro sostanzialmente invariato negli Usa. Il movimento al ribasso si è concentrato soprattutto sulle scadenze brevi, più sensibili alle aspettative sui tassi, con un tipico appiattimento ribassista della curva”, spiega Corrado Cominotto, Responsabile Gestioni patrimoniali Relative di Banca Generali.

In Europa, il rendimento del Bund decennale è salito dal 2,7% a circa il 3%, mentre il 2 anni è passato da circa 2% a 2,65%. In Italia, il BTP decennale da 3,3% ha toccato il 4%, con lo spread Bund‑BTP in allargamento da circa 60 a 95 punti base. Negli Stati Uniti, il decennale è risalito fino a 4,4% circa.

Per quanto riguarda il credito, la correzione è risultata più contenuta: dal 27 febbraio l’indice dei governativi europei è sceso quasi del 3%, mentre corporate investment grade e high yield europei, caratterizzati da durata media inferiore, hanno perso circa il 2,3%”, spiega Cominotto.

Anche l’allargamento degli spread è stato moderato, soprattutto se confrontato con il Liberation Day di circa un anno fa: il differenziale dei titoli investment grade è passato da 80 a 100 punti base e quello dei titoli high yield da sotto 300 a 350 punti base.

In generale il comparto corporate è risultato meno penalizzato dei governativi anche grazie pubblicazione dei dati trimestrali che hanno mostrato società in forte salute”, prosegue il gestore.

Azionario: protezione dal settore energetico, emergenti sotto pressione ma con qualche sorpresa

"Dallo scoppio del conflitto, l’azionario europeo e i mercati emergenti hanno mostrato una marcata sottoperformance rispetto agli altri mercati globali. L’Europa è risultata particolarmente penalizzata dalla forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, che, in un contesto di crescente avversione al rischio, si è tradotta in una flessione di quasi il 10% dell’indice STOXX 50, rispetto a un calo più contenuto dell’MSCI World sceso di circa ‑6% in euro”, sottolinea Cominotto.

Anche i mercati emergenti in aggregato hanno sofferto, risentendo sia dell’aumento dei prezzi delle materie prime, che ha impattato i Paesi importatori di Oil&Gas, sia del rafforzamento del dollaro, tornato a svolgere un ruolo di bene rifugio. Dalla fine di febbraio, il dollaro si è infatti apprezzato di oltre il 3%, contribuendo a una sottoperformance dell’azionario emergente di oltre il 9% in euro.

Tra i singoli mercati emergenti è stata evidente la separazione tra i Paesi produttori industriali dipendenti dalle forniture energetiche e quelli che invece sono forti esportatori di energia. Così, se l’azionario indiano perde quasi il 10% (e la rupia il 2,5%), il Brasile, esportatore netto di energia, vede il suo mercato azionario sostanzialmente piatto da inizio conflitto. In sofferenza anche la Corea del Sud (-12% circa da inizio conflitto) e la Cina (Shanghai e Shenzen -5%). In parte a sorpresa si registrano performance positiva anche tra i mercati del Medio Oriente: i mercati di Oman e Arabia Saudita sono entrambi saliti, grazie al relativo isolamento rispetto ai punti più “caldi” del conflitto e all’aumento del prezzo del greggio. Al contrario, gli Emirati Arabi, al centro degli attacchi di rappresaglia dell’Iran, hanno registrato un vero tracollo, con i mercati azionari fortemente dipendenti da Real Estate, servizi finanziari e investimenti esteri che cedono quasi il 20%.

A livello settoriale, “le tensioni geopolitiche hanno penalizzato in modo significativo soprattutto la componente ciclica”, prosegue Cominotto. “Tra i settori peggiori dell’ultimo periodo si segnalano materiali di base, industriali, servizi di comunicazione e beni di consumo discrezionali”.

Al contrario, “il settore energetico ha beneficiato dell’acuirsi delle tensioni, registrando performance a doppia cifra (MSCI World Energy +15,6% in euro). Il comparto è stato sostenuto dal rialzo del prezzo del petrolio: le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno infatti riacceso i timori di una possibile interruzione dell’offerta globale, spingendo le quotazioni del Brent e rafforzando ricavi e marginalità delle società energetiche”, sottolinea il gestore.

Commodity, il petrolio vola mentre i metalli preziosi affondano

L’indice delle commodity dallo scoppio del conflitto registra un rendimento positivo a doppia cifra, nell’ordine del 14% in euro, ma nasconde “un forte divario tra la performance delle commodity energetiche e quelle dei metalli preziosi. Se, infatti da un lato abbiamo visto un marcato rialzo nei prezzi del petrolio e del gas naturale, dall’altro, i metalli preziosi, in particolare oro e argento, hanno subìto una marcata correzione”, spiega Cominotto.

La performance negativa di oro e argento (rispettivamente di oltre il 10% e di circa il 20% in euro), è stata motivata in parte dal sell-off degli investitori, che hanno preso profitto sulle asset class in utile in un contesto di mercato incerto, e in parte dall’interruzione di acquisti di oro da parte di alcune Banche Centrali a livello globale, trend che aveva finora contributo al rialzo del prezzo dell’oro. In presenza di tassi reali in aumento, la funzione difensiva dell’oro è risultata meno efficace, contribuendo a ridimensionarne il ruolo di safe asset.

Le correlazioni inaspettate e le performance inattese delle diverse asset class durante il conflitto in Medio Oriente “rendono ancora più evidente il valore della gestione attiva e della diversificazione per ridurre il rischio e proteggere il patrimonio. Una gestione capace di bilanciare tatticamente e strategicamente l’asset allocation tra le varie aree geografiche e i settori, oltre tra i singoli titoli, per mitigare la volatilità dei grandi eventi geopolitici ed estrarre il massimo valore”, conclude Cominotto.

Corrado Cominotto, Responsabile Gestioni patrimoniali Relative di Banca Generali. Corrado Cominotto, Responsabile Gestioni patrimoniali Relative di Banca Generali.
Dallo scoppio del conflitto, l’azionario europeo e i mercati emergenti hanno mostrato una marcata sottoperformance rispetto agli altri mercati globali. L’Europa è risultata infatti particolarmente penalizzata dalla forte dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas. Tra i bond, il comparto corporate è risultato meno penalizzato dei governativi anche grazie pubblicazione dei dati trimestrali che hanno mostrato società in forte salute

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