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2026: la guerra spazza via i beni rifugio?
26 March 2026#WeeklyWatch

2026: la guerra spazza via i beni rifugio?

Il conflitto in Medio Oriente ha scosso i mercati ma la turbolenza non riguarda solo azioni e obbligazioni più rischiose. Asset che storicamente hanno rivestito il ruolo di “porto sicuro” in tempi di incertezza, come oro, franco svizzero, Bund e titoli di Stato Usa, sono in calo o piatti. È la fine dei ‘safe haven’?

La guerra in Iran non sta solamente portando i mercati finanziari internazionali sulle montagne russe, sta anche rompendo alcuni trend consolidati con cui gli investitori hanno sempre risposto alla volatilità innescata dalle crisi geopolitiche.

Storicamente, in queste fasi, il ‘copione’ seguito delle Borse era il seguente: scoppia un conflitto, aumenta l’incertezza con conseguente innalzamento della volatilità e il denaro si muove verso oro, Treasury americani, yen e franco svizzero. In seguito, la volatilità si attenua e il mercato si normalizza tornando verso equity e corporate bond.

Solo che questa volta, con l’attuale conflitto in Medio Oriente, la sceneggiatura sembra essersi inceppata: molti ‘beni rifugio’ si stanno comportando come asset rischiosi, e la protezione che ci si aspettava sta diventando intermittente, talvolta persino illusoria o dannosa”, spiega Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali.

Non a caso i rendimenti dei Treasury dall’inizio del conflitto sono saliti di oltre 30 punti base, così come quelli del Bund tedesco, mentre l’oro perde oltre il 10%. Anche franco svizzero e yen non hanno mostrato il consueto trend di rafforzamento, restando complessivamente piatti nei confronti dell’euro e anzi indebolendosi rispetto al dollaro Usa

Invece di assistere alla consueta corsa verso gli asset di qualità, “stiamo vedendo qualcosa di più inaspettato: una competizione in cui vince chi offre liquidità immediata e perde chi non è compatibile con il regime macroeconomico del momento”, prosegue Longhi.

Il paradosso dell’oro

Infatti, il susseguirsi di escalation reali, de-escalation tendenziose e attacchi a infrastrutture, l’oro, che dovrebbe incarnare meglio di ogni altro il concetto di sicurezza, si sta comportando in modo controintuitivo o quantomeno inatteso rispetto all’immaginario collettivo.

  • Come prima chiave di lettura dobbiamo attenzionare la relazione tra il metallo giallo, il dollaro e i tassi reali. L’oro è prezzato nella valuta statunitense e quindi, quando quest’ultima si rafforza, a parità di condizioni, tende a diventare più costoso per gli acquirenti non americano, raffreddando domanda e prezzi. Per questo, in un conflitto che spinge il mercato a cercare liquidità in moneta forte e spendibile velocemente, il biglietto può diventare un rifugio più immediato del metallo prezioso, assorbendo flussi che in altre crisi sarebbero finiti su di esso”, illustra il gestore di Banca Generali.
  • La seconda chiave di lettura è la risalita delle aspettative inflazionistiche e la potenziale reazione delle banche centrali. In un contesto geopolitico incerto e gravato da uno shock energetico, i mercati iniziano a temere che l’inflazione possa influire sulle scelte delle banche centrali, che hanno come mandato primario quello stabilizzare i prezzi”, continua Longhi. Quando le banche centrali si orientano verso una politica di rialzo del costo del denaro, i tassi nominali e reali salgono ed essendo il metallo prezioso un asset che non offre un rendimento fisso, soffre in questo scenario.
  • La terza chiave di lettura, ma forse la più concreta, è relativa al posizionamento. Infatti, se la grande maggioranza degli investitori si attende un movimento dei prezzi in una direzione, basta un movimento in controtendenza affinché i mercati debbano fare i conti con vendite forzate a causa degli obblighi di gestione del rischio di portafoglio. “In fasi di stress, quindi, l’oro può essere venduto perché è uno degli asset più liquidi e immediatamente monetizzabili per coprire perdite accumulate altrove”, sintetizza l’esperto.
  • Ultimo punto, ma forse il più rilevante in questo contesto, è il fatto che la guerra ha rallentato il commercio globale di petrolio ed energia. “Molti degli acquisti arrivano da Paesi emergenti che vogliono ridurre l’esposizione al dollaro. Siccome molti dei dollari derivanti dalla vendita di petrolio sono venuti improvvisamente meno, la domanda stessa di metallo prezioso è drasticamente diminuita”, aggiunge Longhi.

Tirando le righe quindi la realtà è che l’oro compete a sua volta con un altro rifugio sicuro attualmente più appetibile, ovvero la liquidità.

Treasury Usa sotto pressione

È da notare inoltre come i Treasury statunitensi, che dovrebbero essere il titolo di Stato per eccellenza in cui rifugiarsi in caso di incertezza geopolitica, stiano vivendo anch’essi periodo di incertezza per simili ragioni ma con dinamiche di prezzo diverse.

Infatti, spiega Longhi, “dato che gli investitori temono la possibilità che si materializzi un contesto di stagflazione (crescita stagnante e inflazione elevata), a causa della crisi energetica, la funzione di protezione del capitale delle obbligazioni viene meno. Questo accade perché le banche centrali non possono permettersi di ridurre troppo i tassi d’interesse per stimolare l’economia, visto il timore di una inflazione persistente. In conclusione, la liquidità rimane il vero bene rifugio per gli investitori in questo particolare frangente”.

I “safe haven” nel mercato di oggi

A dispetto di un contesto difficile, i beni rifugio hanno ancora un ruolo nei portafogli, ma “per scegliere quelli più adatti è necessario un approccio estremamente selettivo e da adattare a seconda del regime macro, del prezzo del denaro, della direzione della valuta di riferimento, delle necessità di liquidità e più in generale dell’equilibrio nei flussi dei capitali”, avverte il gestore di Banca Generali.

Inoltre, questo universo investibile si è allargato negli anni, incorporando anche asset digitali come il Bitcoin, “ma ognuno reagisce a driver diversi e la vera copertura dal rischio si ottiene con una combinazione intelligente di strumenti. È proprio qui che emerge il valore della professionalità del gestore. In un contesto in cui le reazioni dei singoli asset finanziari non sono simmetriche, la figura del professionista diventa centrale: seleziona, calibra, ruota e ricompone le scelte di portafoglio con una precisione impossibile da ottenere in modalità di investimento puramente passiva. La sua funzione è gestire una protezione dinamica, adattiva, capace di reagire al mutare dei flussi e all’evoluzione del quadro macro”, conclude Longhi.

Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali
Con l’attuale conflitto in Medio Oriente molti ‘beni rifugio’ si stanno comportando come asset rischiosi, e la protezione che ci si aspettava sta diventando intermittente, talvolta perfino illusoria o dannosa. Stiamo vedendo qualcosa di inaspettato: una competizione in cui vince chi offre liquidità immediata e perde chi non è compatibile con il regime macroeconomico del momento