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Banche centrali, guerra e petrolio sono un dilemma
18 March 2026#WeeklyWatch

Banche centrali, guerra e petrolio sono un dilemma

Il conflitto in Medio Oriente minaccia di ridurre le forniture globali di petrolio, facendo tornare lo spettro dell’inflazione. Ma i risparmiatori devono distinguere tra rischi di medio periodo e volatilità a breve termine, controllando l’emotività. L’importanza della diversificazione.

È una settimana intesa per le banche centrali globali, con le riunioni di Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Bank of England che si susseguiranno a distanza di poche ore. Tutte e tre le istituzioni monetarie dovranno fare i conti con lo spettro dell’inflazione, tornato inaspettatamente alla ribalta con l’inizio del conflitto in Medio Oriente, che ha fatto impennare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

 

La prima a reagire è stata la Banca Centrale Australiana, che ha aumentato i tassi per il secondo mese consecutivo, mettendo in guardia da un rischio “significativo” per l'inflazione, in un contesto globale definito “instabile” a causa della guerra nel Golfo Persico, che bloccando i trasporti di petrolio via mare ha messo pressione sui prezzi dell’oro nero.
 

Anche se le previsioni di investitori e osservatori sono per tassi invariati da parte di Fed, Bce e BoE, lo scenario futuro è cambiato e le parole dei banchieri centrali saranno esaminate con attenzione in cerca di indizi sulla futura traiettoria dei tassi.
 

Le grandi banche centrali si trovano di fronte a un dilemma: l’aumento dei prezzi a causa del balzo dei prezzi dell’energia causato dal conflitto in Medio Oriente sarà persistente? E quale sarà il parallelo impatto sulla crescita economica?”, spiega Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali.
 

In base alle stime della banca d’affari Barclays, se il prezzo del petrolio dovesse rimanere per tutto l’anno sui livelli attuali, intorno ai 100 dollari al barile, si tradurrebbe in 0,5% di crescita in meno per l’Europa (e inflazione a 2,8%, di 0,8 punti percentuali sopra il livello attuale). Per gli Usa l’impatto sul Pil dovrebbe essere prossimo allo zero, data l’indipendenza energetica di cui gode l’economia americana, ma inflazione potrebbe salire dello 0,6%.

La differenza nel livello di dipendenza energetica tra Usa ed Europa

Le nuove aspettative del mercato

Viste queste stime, “la Fed è l’unica banca centrale per cui gli investitori prevedono ancora un taglio dei tassi da qui a fine anno (e uno nel 2027), anche perché la banca centrale Usa ha un doppio mandato e deve sostenere la crescita oltre a garantire la stabilità dei prezzi. Ma lo slittamento delle aspettative c’è stato, dato che le attese prima della guerra erano di due tagli nel 2026. E il mercato prezza anche, con un 20% di probabilità, che i tassi potrebbero anche salire da qui a fine anno. Scenario confermato anche dal rendimento del Treasury biennale, superiore a quello dei tassi Fed, indicando che il mercato vede anche una probabilità non trascurabile di un inasprimento monetario nei prossimi 24 mesi”, prosegue Baldessari.

Il cambiamento nelle aspettative sulla politica monetaria delle grandi banche centrali

Per tutte le altre grandi banche centrali le attese degli investitori, che prima erano di tassi stabili o in lieve discesa, “sono ora per una stretta. Bce e BoE, in particolare, avendo un singolo mandato di controllo della stabilità dei prezzi, secondo il mercato reagiranno alzando il costo del denaro per ancorare le aspettative sui prezzi”, continua il gestore.

 

Tuttavia, tassi più alti potrebbero essere un ulteriore freno alla crescita, già indebolita dall’incertezza geopolitica e dalla crescita dei prezzi dell’energia. E secondo alcuni osservatori, costi di finanziamento più alti potrebbe mettere ulteriormente in difficoltà il segmento del private credit, che nelle ultime settimane ha mostrato segnali di instabilità.

Gli impatti sul mercato

Il riprezzamento delle aspettative su inflazione, crescita e politica monetaria ha impattato diverse asset class. A partire dai bond, con le curve che si sono adeguate all’attesa di una politica monetaria più aggressiva nel breve termine. Tuttavia, sottolinea Baldessari, “se guardiamo alle aspettative di inflazione a 5 anni, i mercati non si aspettano ancora che l’inflazione sia persistente, specchio di un’attesa di una risoluzione rapida del conflitto”.

 

Anche i movimenti degli spread rivelano la speranza che il conflitto non abbia un impatto profondo e duraturo. “I differenziali e i premi per il rischio dei titoli Investment Grade e High Yield sono saliti, ma in modo tutto sommato ordinati, e senza uscire dalla medio di lungo periodo”, continua il gestore.

L'andamento dello spread dei titoli corporate Investment Grade

Un altro asset impattato, positivamente, dal conflitto è stato il dollaro. “Gli investitori hanno ribaltato le scommesse al ribasso sul biglietto verde, che erano prevalenti negli scorsi mesi. I flussi sono tornati verso gli Usa, visti come più isolati dall’impatto negativo del conflitto grazie alla loro indipendenza energetica, rafforzando il dollaro”, aggiunge il gestore.

 

Una dinamica che ha avuto l’effetto contro-intuitivo di colpire l’oro, riducendo il prezzo dell’asset rifugio per eccellenza anche in un contesto di guerra.

La risposta dell’asset allocation

In questo scenario incerto, che potrebbe vedere un ritorno di inflazione e tassi in salita inaspettato fino a poche settimane fa, una “mossa difensiva sulla componente obbligazionaria del portafoglio è l’inserimento di strumenti indicizzati all’inflazione (inflation-linked), seguendo l’esempio di quanto fatto nel 2022. Inoltre, con l’aiuto di una gestione professionale, si può puntare su singole emissioni colpite in modo più duro del dovuto dal selloff del mercato. Ma la regola fondamentale è quella di mantenere sangue freddo e non agire sulla spinta dell’emotività. In questo senso la scelta più saggia non sta in una particolare asset allocation, ma nell’affidarsi a diversificazione e gestione attiva per affrontare le potenziali turbolenze del mercato”, conclude Baldessari.

Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali
Le grandi banche centrali si trovano di fronte a un dilemma: l’aumento dei prezzi a causa del balzo dei prezzi dell’energia causato dal conflitto in Medio Oriente sarà persistente? E quale sarà il parallelo impatto sulla crescita economica? Le aspettative del mercato sono cambiate: la Fed è l’unica banca centrale per cui gli investitori prevedono ancora un taglio dei tassi da qui a fine anno (e uno nel 2027), anche perché la banca centrale Usa ha un doppio mandato e deve sostenere la crescita oltre a garantire la stabilità dei prezzi

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