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L’illusione della diversificazione: il rischio nascosto della gestione passiva
27 maggio 2026#Private Banking

L’illusione della diversificazione: il rischio nascosto della gestione passiva

Le fasi di volatilità degli ultimi anni hanno mostrato come, in un mercato dominato dalle mega-società tech, i fondi indicizzati espongono a rischi di concentrazione e non offrono una vera diversificazione. Uno scenario in cui le gestioni patrimoniali attive restituiscono il valore aggiunto di navigare con una bussola i mercati, senza restare in balia della corrente

Ci sono periodi favorevoli in cui investire sembra poco più di un gesto meccanico: comprare un indice, sotto forma di ETF, e lasciare che l’inerzia del rialzo faccia il resto. Fasi in cui la replica passiva appare sufficiente e la dispersione dei rendimenti sembra così modesta da dare l’illusione che ogni sforzo di selezione sia quasi superfluo.

Ma i mercati, prima o poi, tornano sempre a ricordare che la vera differenza non si misura quando tutto sale ed è correlato, ma quando la volatilità dilaga velocemente. Negli ultimi anni di eventi di questo tipo ne sono accaduti molti: dalla guerra in Ucraina al conflitto in Medio Oriente, passando per il Liberation Day.

In queste occasioni cambia il paradigma, se prima si lasciavano correre i rendimenti, la tentazione diventa quella di chiudere tutte le posizioni. Ed è precisamente in questi frangenti che la gestione attiva ritrova la propria funzione: organizzare il patrimonio in modo da resistere quando il consenso si incrina”, spiega Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali.

Negli ultimi trimestri questa distinzione è emersa in modo chiaro ed evidente. Da un lato, si è consolidata una straordinaria concentrazione dei flussi globali verso strumenti indicizzati ed ETF, con un peso crescente dell’azionario nei patrimoni finanziari e una marcata polarizzazione verso gli Stati Uniti: circa il 70% degli attivi di fondi comuni ed ETF è concentrato sull’equity e il 65% di tali attivi risulta investito negli Usa.

Dall’altro lato, si è accentuata la dipendenza dei grandi indici rispetto a un numero ristretto di società a larghissima capitalizzazione: a oggi le Magnificent 7 (circa 35% dell’indice) hanno contribuito per il 4% al rialzo complessivo del 9,7% dell’S&P 500, mentre solo il 19% dei titoli del benchmark ha fatto meglio dell’indice stesso.

È questa la vera contraddizione dell’investimento sugli indici: sotto l’apparenza di una diversificazione ampia e liquida, molti portafogli finiscono per vedere concentrati rischio, aspettative e sensibilità sugli stessi pochi, identici driver”, prosegue il gestore di Banca Generali, sottolineando come “quando la leadership di mercato si restringe in questo modo, la replica passiva continua a funzionare finché la narrazione dominante resta intatta, ma nel momento in cui questa vacilla, la concentrazione smette di essere un motore di rendimento e diventa un moltiplicatore di fragilità”.

La primavera del 2025, dopo i dazi del Liberation Day, ne ha offerto una dimostrazione esemplare. Il 7 aprile 2025 l’S&P 500 aveva raggiunto un ribasso massimo del 21,35% rispetto al picco del 19 febbraio 2025, mentre il VIX, l’indice della ‘paura’, era salito fino a 60 punti, con movimenti giornalieri sono stati talvolta nell’ordine della doppia cifra.

Numeri del genere non raccontano semplicemente un mercato volatile, ma uno scenario in cui la profondità delle correzioni e la violenza dei recuperi rivelano una struttura sempre più dominata da flussi e leadership troppo concentrate per poter essere davvero considerate diversificate”, aggiunge Longhi.

Ed è qui che la gestione attiva fa la differenza. La gestione patrimoniale attiva, sviluppata in modelli evoluti come quelli di una realtà specializzata nel wealth management quale Banca Generali, ha una leva operativa più ampia rispetto a prodotti indicizzati o fondi comuni tradizionali.

Queste soluzioni “non si limitano a selezionare strumenti, ma intervengono direttamente sulla struttura complessiva del portafoglio, dal peso relativo delle asset class alla distribuzione del rischio e alla modifica anche significativa del posizionamento rispetto al benchmark, aumentando o riducendo l’esposizione a geografie, settori, duration, fattori e temi di investimento. Oppure inserendo asset decorrelanti in grado di attenuare il potenziale di ribasso del portafoglio”, sottolinea il gestore di Banca Generali.

In una fase in cui gli indici sono sempre più dominati da pochi nomi e pochi fattori, questa libertà ha un grande valore. Al contrario, molti fondi attivi operano generalmente con vincoli alla loro attività in termini, per esempio, di asset class e allineamento parziale a un benchmark.

Quindi, il punto chiave non è solo scegliere tra attivo e passivo, ma decidere se limitarsi a seguire il mercato oppure saperlo attraversare. Se la replica passiva è come seguire una corrente potente, la gestione patrimoniale attiva, invece, è una navigazione consapevole: implica scelte, deviazioni, correzioni di rotta. Non promette di evitare le tempeste, ma offre la possibilità di affrontarle con strumenti diversi, cercando equilibrio anche quando il mare si agita. Ed è proprio quando le onde si increspano che emerge la differenza tra chi si limita a galleggiare e chi, invece, sa davvero condurre una nave”, conclude Longhi.

Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali Luca Longhi, Head of Total Return Portfolio di Banca Generali
Con l'accentuata la dipendenza dei grandi indici rispetto a un numero ristretto di società a larghissima capitalizzazione si rivela la vera contraddizione dell’investimento sugli indici: sotto l’apparenza di una diversificazione ampia e liquida, molti portafogli finiscono per vedere concentrati rischio, aspettative e sensibilità sugli stessi pochi, identici driver.

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