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Titoli di Stato, il prezzo è giusto?
17 settembre 2026#WeeklyWatch

Titoli di Stato, il prezzo è giusto?

L’estate da dimenticare dei bond governativi si chiude con rendimenti vicini ai massimi dal 2007, mentre le banche centrali tornano ad alzare i tassi per arginare l’inflazione e il debito pubblico corre senza freni. Ma le valutazioni tornano a farsi interessanti

L’era del denaro facile è finita. E i titoli di Stato, dopo anni da rifugio quasi automatico per i portafogli, ne hanno pagato il prezzo in un’estate da dimenticare. Dagli Stati Uniti alla Francia, dal Giappone al Regno Unito, i bond governativi sono stati sotto pressione, colpiti da nuove vendite e dal ritorno delle banche centrali a politiche più restrittive per contenere l’inflazione. Il conto, per i governi, è pesante: finanziarsi costa oggi quanto non accadeva da quasi vent’anni.

I costi del debito, in quasi tutte le economie sviluppate, sono tornati sui picchi che non si vedevano dal 2007”, spiega Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali. Alla base di questo movimento non c’è un singolo fattore, ma l’incrocio di più tensioni: una combinazione che ha assunto i tratti di una vera e propria “tempesta perfetta”.

I rendimenti medi dei titoli di Stato dal 2007 ad oggi

In primo luogo, negli ultimi due anni il quadro macroeconomico si è complicato. “Le due crisi principali - la guerra commerciale del 2025 e il conflitto in Medioriente del 2026 - hanno riacceso i timori di un nuovo vortice inflazionistico”, prosegue Baldessari. Le banche centrali hanno risposto con decisione: la Bce è già intervenuta due volte al rialzo e la Fed, proprio ieri, ha aumentato i tassi di 25 punti base, portandoli nella forchetta 3,75%-4%. Una decisione attesa, che non ha influenzato i mercati. “La stretta della Fed era già nei prezzi, il board aveva comunicato chiaramente le sue intenzioni e lasciare i tassi invariati ne avrebbe minato la credibilità”, spiega il gestore. Ora, anche la Bank of Japan si prepara a portare il costo del denaro ai massimi da 31 anni.

La nuova fase restrittiva delle banche centrali è iniziata, sta entrando nel vivo e con ogni probabilità proseguirà nei prossimi mesi”, aggiunge l’esperto. Ma tassi e inflazione non bastano a spiegare la pressione sui rendimenti. “Le aspettative di inflazione a lungo termine sono rimaste relativamente stabili. Se il mercato chiede premi sempre più elevati per investire, soprattutto sui titoli a più lunga scadenza, è perché la fame di liquidità dei governi continua a crescere, mentre debito e deficit non accennano a diminuire in molti Paesi”.

Le aspettative di inflazione a lungo termine in Usa ed Ue

Il nodo è anche fiscale. Negli Stati Uniti il debito pubblico ha superato i 40.000 miliardi di dollari; in Francia, l’obiettivo di riportare il deficit al 5% appare già in discussione. Non a caso, i Treasury decennali rendono ormai circa il 5% e lo spread sul debito francese resta stabilmente più alto di quello italiano: un segnale di come i mercati stiano ricalibrando il rischio sovrano in Europa.

L'aumento del fabbisogno finanziario dei governi negli ultimi anni

“I governi si sono indebitati massicciamente a tassi zero tra il 2020 e il 2022 e oggi devono rifinanziarsi a costi molto più elevati, con un impatto diretto e crescente sulla spesa per interessi. Il fabbisogno annuo di Stati Uniti e Germania è tre volte superiore rispetto al periodo pre-Covid. La domanda, quindi, diventa molto concreta: chi comprerà tutto questo debito? Le banche centrali non sono più acquirenti nette e si è aperta una vera e propria competizione per il capitale”, spiega Baldessari.

La competizione per il capitale si è ormai estesa oltre i debiti sovrani. “Anche sul fronte delle obbligazioni societarie, il debito legato all’AI è in forte crescita: per costruire l’infrastruttura dei data center si stimano necessari 3.000 miliardi di dollari. I ministeri delle Finanze si trovano così a competere con le big tech per attirare investitori”.

Resta allora la domanda centrale: la pressione sui titoli di Stato continuerà o i rendimenti sono saliti abbastanza da tornare appetibili? Per Baldessari, il mercato potrebbe essere vicino a un nuovo punto di equilibrio: “Quando il prezzo è giusto, i compratori tornano a farsi vedere. Non a caso, una delle più recenti aste di Treasury statunitensi ha registrato un record storico di richieste, mentre anche in Giappone la domanda per i bond sovrani è tornata robusta”.

Per gli investitori, il cambio di scenario impone una revisione chiara delle strategie: il ritorno dei rendimenti riapre opportunità, ma richiede anche una gestione più selettiva del rischio duration.

La nostra preferenza va alle emissioni di qualità: le obbligazioni societarie europee ad alto rating, per esempio, rendono circa il 4%, un livello iniziale che storicamente, su questa asset class, ha portato in media a un ritorno del 15% nei tre anni successivi. Le opportunità non mancano, ma nel nuovo mondo obbligazionario la scelta più saggia non sta in una particolare asset allocation: passa piuttosto da diversificazione e gestione attiva, indispensabili per affrontare le potenziali turbolenze”, conclude il gestore di Banca Generali.

Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali Paolo Baldessari, Responsabile Gestioni Income & Alternative Strategies per l’area Asset Management di Banca Generali
Se il mercato chiede premi sempre più elevati per investire sui titoli di Stato è perché la fame di liquidità dei governi continua a crescere, mentre debito e deficit non accennano a diminuire in molti Paesi. Le banche centrali non sono più acquirenti nette e si è aperta una vera e propria competizione per il capitale. Quando il prezzo è giusto, i compratori tornano a farsi vedere.

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